Il quesito forse più importante del referendum sull’ordinamento giudiziario del prossimo 22 e 23 marzo è quello sulla separazione delle carriere dei Magistrati. Ma cosa vuol dire?
I Magistrati, vale a dire quei dipendenti dello Stato che hanno vinto il concorso in magistratura, oggi appartengono ad un unico ordine e possono svolgere tutte le funzioni che il loro Ufficio prevede. Nello specifico, il vincitore di concorso può esercitare le funzioni giudicanti e quelle requirenti, passando dall’una all’altra, senza alcun vincolo e senza che la scelta sia irreversibile.
Il Magistrato giudicante è colui che svolge funzioni giudicanti, cioè colui che, da solo, o come componente di un collegio, decide una causa.
Il Magistrato requirente, più propriamente detto Pubblico Ministero, è colui che svolge le funzioni requirenti, vale a dire colui che conduce le indagini, esercita l’azione penale e sostiene l’accusa nel processo.
Facciamo un esempio. Se Tizio è sospettato di aver ucciso Caio, il Pubblico ministero condurrà le indagini, sovrintenderà all’attività investigativa, chiederà l’adozione di provvedimenti cautelari e, ove ritenuto opportuno, formulerà il capo di imputazione e chiederà di sottoporre a processo Tizio. Durante il processo, Tizio sarà giudicato da un Giudice, quindi un magistrato della carriera giudicante, solo o facente parte di un collegio, mentre il Pm sosterrà l’accusa contro Tizio. Avremo quindi il Pm che sosterrà la responsabilità di Tizio, e quest’ultimo che sarà difeso dal suo avvocato, che si confronteranno davanti al Giduce che deciderà.
Il Pm del nostro processo, in teoria in futuro potrà decidere di cambiare carriera e dedicarsi alla magistratura decidente, quindi diventare Giudice.
Se dovesse prevalere il Si al referendum sul quesito in esame, i magistrati, dopo aver vinto il concorso ed essere entrati nelle fila della magistratura, dovranno esercitare una scelta irreversibile per l’una o l’altra carriera.
L’obiettivo della riforma è quello di garantire l’autentica terzietà del Giudice, atteso che oggi questi appartiene allo stesso ordine del Pm, è sottoposto per gli avanzamenti di carriera allo stesso organismo, condivide con questi l’attività sindacale nell’ANM, e spesso è vicino di stanza negli uffici giudiziari. Il rapporto umano che si crea, soprattutto nei piccoli uffici giudiziari, tra Pm e Giudici è, secondo i fautori della riforma, fermo restando la buona fede e onestà dei suddetti, non coerente con il principio di terzietà sancito dall’articolo 111 della Costituzione.
Il voterò Si al quesito referendario, perché credo che carriere separate non possano che rafforzare la terzietà di entrambe le categorie di magistrati, ma anche perché, e sempre senza mettere in discussione la buona fede degli stessi, i cittadini devono anche percepire il processo come luogo di confronto tra parti che sono sullo stesso piano.
avv. Michele Allamprese
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